Il punto di svolta della suinicoltura italiana
La crisi più pesante della storia suinicola recente ha evidenziato i punti critici della filiera nazionale. Serve una svolta che elimini i fattori di criticità più marcati, portando a un nuovo modello produttivo, più articolato e con meccanismi di distribuzione del valore più bilanciati. Ma serve anche una maggiore produttività in azienda e una ricerca in grado di fornire un supporto sempre più puntuale e pratico.
La Rassegna Suinicola Internazionale di Reggio Emilia del 2009 – come spiega il suo vice presidente Marco Benati - sarà un momento decisivo per fare il punto su vecchi e nuovi modelli suinicoli, nazionali e internazionali.
Siamo nel mezzo di una rivoluzione. Questo vale anche per il settore suinicolo italiano, che sta affrontando uno dei momenti più critici di tutta la sua storia. Difficile dire come e quando finirà questa situazione: sicuramente però si può dire che difficilmente le cose resteranno come prima. Magari non nel brevissimo periodo, perché un rialzo delle quotazioni e qualche boccata di ossigeno dopo un’apnea così prolungata potranno fare passare in secondo piano i nodi strutturali che riguardano la nostra suinicoltura. Ma questi restano e, solo con una visione strategica, capace di incanalare su direzioni nuove e diversificate il settore, potremo pensare al futuro con più ottimismo. Non mancano potenzialità e risorse, e nemmeno punte di eccellenza. Serve però un grande ripensamento, uno sforzo collettivo che coinvolga tutta la filiera, dall’allevatore alla Grande distribuzione, per ridisegnare rapporti e obiettivi. In uno scenario come questo sarà fondamentale l’apporto di una manifestazione come la Rassegna Suinicola, baricentro della suinicoltura nazionale, luogo fisico e culturale dove da sempre i temi del quotidiano si fondono con le anticipazioni sulle nuove tendenze. Ne è convinto Marco Benati, vice presidente delle Fiere di Reggio e direttore della Confagricoltura di Reggio Emilia: “Siamo arrivati alla svolta. Potranno passare settimane, forse mesi, ma sicuramente un “vecchio mondo” suinicolo sparirà per gli effetti della rivoluzione in cui siamo entrati.
“Bisogna rendersene conto: questa è una vera e propria rivoluzione” – sottolinea Benati. “Si sono sommati contemporaneamente effetti di situazioni diverse che hanno portato il settore suinicolo sull’orlo del collasso. Una situazione critica che si è prolungata nel tempo come mai si era visto e che pone interrogativi profondi sulla capacità del modello suinicolo attuale di resistere e su quali siano le vie da seguire per migliorarlo e garantire un futuro alla nostra suinicoltura”.
Cominciamo dalla fase di analisi. Un mix di circostanze internazionali e di rigidità nazionali hanno portato la situazione a questo punto critico, nel quale si sono viste manifestazioni di protesta mai viste – come lo “sciopero del prosciutto” – a testimonianza del livello di esasperazione dei produttori. “A livello internazionale - analizza il vice presidente delle Fiere di Reggio Emilia - l’effetto la forza dell’euro, le conseguenti minori esportazioni extra europee di Paesi come la Danimarca, hanno riversato in Europa quantità di carni suine maggiori del solito, comprimendo il mercato e schiacciando i prezzi a livelli minimi. A questo si è unita la fiammata dei costi energetici e delle materie prime, creando un mix di costi di produzione sempre più alti da un lato e prezzi bassi dall’altro, perché la Grande distribuzione ha scaricato sui livelli inferiori della filiera la sua politica di contenimento dei costi. Una situazione che, a livello nazionale, ha fatto conflagrare in maniera violenta i molti nodi della nostra suinicoltura, passati e recenti”.
Se questa crisi ha realmente messo in ginocchio la nostra suinicoltura è dunque perché tutti i nodi sono giunti al pettine contemporaneamente. Rendersene conto è necessario, perché da qui passano le vie per ridare slancio e prospettive al settore. Cominciando dalla eccessiva rigidità del sistema suinicolo italiano, incardinato solo sulle produzioni Dop e sul suino pesante. “Un circuito che ha dato valore e benefici in passato – spiega Marco Benati - ma che ora, per come è, si mostra inadeguato a compensare il maggiore costo che gli allevatori devono sostenere per produrre animali da destinare alla produzioni Dop, che vengono pagati praticamente come carne suina qualsiasi. Mancano alternative produttive e questo ha portato nel tempo a aumentare eccessivamente l’offerta per i circuiti Dop e a non essere in grado di rispondere alla crescente domanda di prodotto per produzioni diverse, più “industriali”, più legate all’evoluzione dei gusti dei consumatori. Da qui la grande crescita nelle importazioni di cosci suini dall’estero in Italia”.
Un’ulteriore complicazione è stata data dalla incapacità o impossibilità di definire soglie massime di prodotto per i circuiti tutelati, determinando così situazioni di eccedenza che hanno giocoforza penalizzato i produttori al tavolo della trattativa per la formazione del prezzo. E qui si apre un altro tema critico, perché è ormai chiaro che questo tavolo è ben lungi dall’essere in grado di rappresentare realmente i valori in campo e di compensare adeguatamente la produzione. “I meccanismi di formazione del prezzo – sottolinea infatti Benati - partono da un sistema di quotazione indifferenziato, con non premia la specificità, e uniforma tutto verso il basso. Da queste dinamiche di quotazione l’unico segmento della filiera ad averne tratto sino ad ora grandi vantaggi è quello della Grande distribuzione, che riesce a trattenere il 50% e oltre del valore aggiunto del prodotto, trattando in posizione di forza con tutto il resto della filiera, schiacciandone i segmenti sottostanti a livelli sempre più critici, secondo un meccanismo che si dimostra fatale per l’allevatore. Anche la normativa ambientale – in primo luogo le incognite legate all’applicazione della direttiva nitrati – ha sommato criticità a criticità, esasperando situazioni già complicate. Infine non va dimenticato il dato sulla produttività aziendale: confrontandola con le medie europee è ancora bassa e anche tra gli allevamenti italiani sono ancora molto elevate le differenze di produttività e i costi di produzione variano in maniera anche significativa. Una differenza che si trasmette sulla maggiore o minore sopportabilità delle situazioni critiche viste sopra. Non va trascurato poi il costo dell’inefficienza della pubblica amministrazione e il costo energetico, che sicuramente in Italia pesano più che altrove e impediscono alla filiera italiana di combattere ad armi pari con la concorrenza europea”.
Fatta questa fotografia della situazione, cerchiamo di individuare le possibili vie di uscita. Secondo il vice presidente delle Fiere di Reggio “nel breve periodo assisteremo a una ripresa delle quotazioni, conseguenza diretta della minore produzione dei mesi passati, degli abbattimenti di scrofe, degli abbandoni di chi è stato messo fuori mercato, delle riduzioni di produzione per le normative ambientali. Non vorrei però – continua - che, sulla scorta di bollettini un po’ più appaganti si perdesse di vista la prospettiva strategica che richiede un drastico cambio di rotta”. Insomma, servono interventi strutturali che modifichino realmente la situazione per evitare che, al prossimo giro di giostra, ci si ritrovi in una situazione analoga, se non peggiore a quella vista. Le vie da percorrere sono quelle del riequilibrio della produzione dei circuiti Dop, riducendo – con accordi di filiera - il numero di suini destinati a questa via, diversificando la produzione e puntando a suini da carne più leggeri, per il mercato nazionale e per quello dell’esportazione. All’interno dei circuiti Dop, inoltre, si dovrà puntare con più decisione a tutte quelle tipologie di prodotto e di offerta capaci di assecondare meglio i gusti e le necessità del consumatore attuale: prodotto confezionato, terze e quarte lavorazioni, tutto ciò che crea valore aggiunto e che permette di avere referenze diverse da inserire nella trattativa con la Grande distribuzione. A monte di tutto questo deve esserci però un diverso sistema di quotazione delle carni, che differenzi in maniera puntuale le produzioni Dop da quelle indifferenziate, uscendo dalla situazione attuale, ormai insostenibile.
Bisognerà nel contempo lavorare in allevamento per aumentare la produttività, ridurre i problemi sanitari, migliorare la qualità. In questo sforzo molto aiuto dovrà arrivare dal mondo della ricerca - in particolare quella genetica - con la quale il legame dovrà essere sempre più stretto per individuare le vie più aggiornate ed economiche per tradurre questi obiettivi in realtà di ogni allevamento”.
L’agenda è chiara. La difficoltà, semmai, è trovare interlocutori attenti tra quelli seduti ai vari posti del tavolo di filiera, in particolare per i temi critici delle quotazioni e del rapporto con la commercializzazione del prodotto. Attenzione, però, avverte Marco Benati: “La Grande Distribuzione non potrà mantenere per sempre il suo atteggiamento. Siamo veramente vicini al punto di non ritorno: se non si distribuisce meglio il “tesoretto” della filiera suinicola rischiano davvero di sparire gli allevamenti, e allora sarà un disastro per tutti. E non ci sarà più il “tesoretto” per nessuno”.
Tra le tante incertezze del momento, una cosa sicura c’è. È il ruolo della Rassegna Suinicola di Reggio Emilia che continuerà ad accompagnare la suinicoltura nazionale a superare anche questo passaggio critico. Mettendo in mostra – come sempre - quanto di più aggiornato c’è sul versante della tecnologia e delle attrezzature, ma anche offrendo momenti di analisi e dibattito al massimo livello. Come spiega il suo vice presidente, infatti, “la Rassegna di Reggio Emilia, oltre ad essere un luogo fisico di incontro e di esposizione deve essere anche un grande bacino culturale da cui scaturiscano momenti di sintesi, nuove prospettive, vie di uscita alternative a criticità presenti o in arrivo”. “Perché - continua Marco Benati - la suinicoltura italiana che scaturirà da questa rivoluzione sarà sempre più differenziata, fatta da aziende diverse, con obiettivi diversi e soluzioni diverse, dove accanto alla produzione tradizionale si affiancheranno nuovi indirizzi. Non esisteranno più indicazioni valide per tutti, ma tante opzioni diverse – gestionali, nutrizionali, genetiche, strutturali – entro cui ognuno dovrà sapere individuare la propria”. Avere una manifestazione importante come la Rassegna Suinicola su cui contare sarà sicuramente un aiuto per tutti.
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